A 2 settimane del weekend elettorale, nelle case, nei bar e nelle piazze, nella rete e sui blog, (ometto esplicitamente giornali e tv per la monnezza che con cui ci avvelenano e sporcano l'animo pur sempre propositivo e in buona fede) e soprattutto in maniera profonda nella nostra coscienza (più sociale che politica), si sprecano i discorsi sul meglio, sul peggio e soprattutto sul meno peggio.
Ma chi affronta tali temi, a qualsiasi profondità li vada ad approcciare, sa esattamente di chi e cosa sta parlando?
Io spesso me lo chiedo e altrettanto spesso mi rispondo andando a spulciare l'unico mezzo tanto libero quanto inconfutabile: Wikipedia.
Per chi non lo sapesse (correndo il rischio di sembrare banale apro un mondo ai neofiti della rete), Wikipedia è l'enciclopedia universale aperta a tutti, su cui chiunque può scrivere e soprattutto chiunque può confutare. Tutto ciò è importante perchè finchè non sarà oscurata dal "regime mediatico" nessuno potra permettersi di scrivere baggianate, senza se non altro essere immediatamente sbugiardato dalla concretezza dei fatti. Politici e giornalisti schiavi faziosi in testa.
E' proprio perchè spesso me lo chiedo io che posto per tutti gli attenti lettori i link delle schede dei maggiori candidati premier, affinchè si superi il luogo comune del "meno peggio" e in periodo di mediocrità, copiatura e vuoto nei programmi elettorali non si valuti il premier dalle promesse o dalla mediaticità del sorriso ma bensì dai fatti che ne compongono la carriera e di conseguenza l'integrità e la competenza.
Berlusconi: http://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Berlusconi
Veltroni: http://it.wikipedia.org/wiki/Veltroni
Bertinotti: http://it.wikipedia.org/wiki/Fausto_Bertinotti
Santanche: http://it.wikipedia.org/wiki/Daniela_Santanch%C3%A8
Casini: http://it.wikipedia.org/wiki/Pierferdinando_Casini
Boselli: http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Boselli
Ad ognuno il giudizio e nuovi spunti costruttivi di discussione e soprattutto scelta.
D.
Un Taglio Trasversale ai Fatti:
Qui si discutono, commentano e controcommentano SOLO notizie e si propongono le proprie idee a riguardo.
Non ci sarà mai bisogno di smorzare i toni perchè ognuno ne è responsabile e consapevole personalmente.
LE IDEE PRIMA DI TUTTO, SEMPRE...
Non ci sarà mai bisogno di smorzare i toni perchè ognuno ne è responsabile e consapevole personalmente.
LE IDEE PRIMA DI TUTTO, SEMPRE...
Editoriale - Argomenti Discussi:
venerdì 28 marzo 2008
giovedì 27 marzo 2008
"Rieducazione per i Monaci Tibetani"
Tratto da: http://rampini.blogautore.repubblica.it/
L'intero articolo è reperibile al link sopraindicato.
Da, "Rieducazione per i Monaci Tibetani"
Le notizie che giungono dal Tibet non sono segnali di dialogo e distensione. Al contrario, si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesiE’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani.
L'intero articolo è reperibile al link sopraindicato.
Da, "Rieducazione per i Monaci Tibetani"
Le notizie che giungono dal Tibet non sono segnali di dialogo e distensione. Al contrario, si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesiE’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani.
mercoledì 19 marzo 2008
Nuovi prezzi, vecchie ragioni
Teorie petroldolleurifere....
Fonte: AGI energia - L. Orlandi:
"Ogni volta che il prezzo del petrolio supera una determinata soglia psicologica, si cerca di discutere i motivi che ne sono alla base. Nell’analizzare le cause di quotazioni del barile a tre cifre ci si accorge tuttavia che non vi sono significativi elementi di novità rispetto a quando si tentava di spiegare il perché si era arrivati a 30, 50, 70… doll./bbl, dopo un triennio (2000-2003) di prezzi oscillanti all’interno del range 22-28 doll./bbl, ritenuto ottimale dall’OPEC. Come allora, la spiegazione più ragionevole è il combinato disposto di elementi strutturali, geopolitici e finanziari: quel che cambia è il peso delle singole componenti.
Nel 2004, quando i prezzi passarono dai 30 doll./bbl di gennaio ai 50 di ottobre, sul banco degli imputati trovavamo in prima fila i fondamentali reali del mercato: la domanda segnò l’eccezionale aumento di 3,2 mil. bbl/g., la spare capacity mondiale era di appena 300.000 bbl./g, quella dell’Arabia Saudita era pressoché azzerata e l’offerta faticava a crescere. Su un contesto strutturalmente debole come quello delineato, si innestavano tensioni in importanti paesi produttori quali Iraq e Nigeria, gli uragani del Golfo del Messico e la crescente dinamicità dei mercati dei futures petroliferi, su cui si rilevava un volume medio giornaliero delle transazioni del contratto WTI sul Nymex pari a 212 mil. bbl./g., 250 volte la produzione fisica del greggio sottostante.
Proprio da quest’ultimo elemento partiamo per evidenziare il diverso peso delle componenti alla base degli attuali 100 doll./bbl. È la speculazione il vero driver degli alti prezzi di oggi: nel 2007, il volume giornaliero di transazioni sul Nymex è stato di 754 mil. bbl./g relativamente al WTI, 3,5 volte superiore a quello del 2004. Riteniamo quindi che l’attuale prezzo del barile venga in gran parte determinato dagli operatori finanziari cosiddetti non-commercials.
In questo preciso momento storico, in cui l’economia statunitense mostra evidenti segni di rallentamento e il dollaro è ai minimi storici nei confronti dell’euro, gli investitori si allontanano dai mercati azionari caratterizzati da performance per niente allettanti e si rifugiano nell’acquisto di barili di carta. Il petrolio e le altre materie prime vengono visti come un investimento profittevole e uno strumento per proteggersi dall’inflazione.
Finanza a parte, come nel 2004 tensioni geopolitiche in importanti paesi produttori-esportatori (Iran, Nigeria, Venezuela ecc…) e un quadro dei fondamentali reali fragile e poco flessibile rappresentano ancora significativi fattori bullish. Su quest’ultimo punto, tuttavia, rileva sottolineare come la situazione sia per certi aspetti meno grave di allora: la domanda cresce a un ritmo molto meno sostenuto (+1,2 mil. bbl./g nel 2007), la spare capacity si aggira sui 3 mil. bbl./g, livello sì basso ma ben più elevato dei 300.000 bbl. /g di 4 anni fa.
Sono poi evidenti i colli di bottiglia sia a monte che a valle della filiera petrolifera: l’Upstream Capital Costs Index, elaborato da IHS e CERA e comprendente nove voci di costo relative a progetti su terra e in mare aperto, è in continua crescita dal 2000 ma ha segnato un forte balzo a partire dal 2005. Con un livello base pari a 100 nel 2000, l’indice è gradualmente aumentato arrivando a 198 nel III trimestre 2007. Significa che in 7 anni i costi sono aumentati quasi del 100% ma quel che più colpisce è il fatto che nell’arco di tre anni (dal 2005) sono cresciuti dell’80%.
Manca inoltre personale qualificato e si rileva una saturazione dell’offerta di servizi parapetroliferi (svolti da società dedite alle fasi di ricerca ed esplorazione) per via della domanda elevata e delle poche strutture a disposizione. Sul versante raffinazione, la situazione non è migliore: i costi per nuovi progetti sono aumentati in 3 anni del 50%.
Tutto questo limita l’espansione sia di capacità produttiva che di raffinazione ed è causa di frequenti ritardi nell’implementazione dei progetti in corso. Nonostante l’OPEC lanci segnali rassicuranti, il timore che ammanchi anche temporanei di produzione impattino significativamente su un mercato in equilibrio precario restano.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha recentemente pubblicato un elenco dei principali progetti in ambito OPEC volti a espandere la capacità produttiva lorda di greggio, frazioni liquide del gas naturale e condensati rispettivamente di 1,8 mil.bbl./g, 0,6 mil. bbl./g e 0,74 mil. bbl./g., per un totale di 3,1 mil. Tuttavia, nel 2008 la variazione netta di capacità produttiva di greggio dell’OPEC sarà molto inferiore all’attesa crescita lorda e si aggirerà nell’intorno dei 0,8-0,9 mil. bbl./g. Questo per diversi ordini di ragioni: alcuni progetti richiedono molto tempo prima di concretizzarsi; occorre tener conto del declino produttivo di alcuni giacimenti maturi che in parte compenserà detti aumenti; sono probabili ritardi nell’implementazione degli stessi progetti per via della scarsità dei mezzi di perforazione e di personale qualificato o perché gli stessi membri OPEC, se percepiscono come probabile un rallentamento della domanda, potrebbero differire nel tempo il loro completamento. È evidente il ruolo dominante dell’Arabia Saudita, specie in relazione ai progetti sul greggio (39% del totale) e sulle frazioni liquide del gas naturale (93%). Relativamente ai condensati, rileva la quota di Qatar (28%), Iran (27%) e Nigeria (24%).
Nel breve termine, prevediamo che le quotazioni si mantengano su livelli elevati anche se è plausibile attendersi un ritorno al di sotto dei 100 doll./bbl almeno per il greggio europeo Brent Dated. Nel meeting OPEC del prossimo 5 marzo, il tetto del cartello verrà molto probabilmente lasciato invariato, nonostante alcune dichiarazioni abbiano paventato la possibilità di un taglio per via dei timori connessi al rallentamento della domanda americana. Per quanto con il petrolio oltre i 100 doll./bbl. riteniamo improbabile quest’ultima opzione, è evidente come la politica OPEC sia improntata al mantenimento di prezzi elevati, nella fascia dei 95-100 doll./bbl. Non si dimentichino infatti le maggiori entrate petrolifere incassate dal cartello in questi anni: si è passati dai 199 mld. del 2002 ai 700 del 2006, una crescita quindi del 350% in 4 anni. I dati 2007 testimonieranno un ulteriore aumento.
Viene logico chiedersi se l’economia mondiale sarà in grado di sostenere un simile livello di prezzo senza incappare in una pesante fase di crisi come successe nel 1980, quando le quotazioni toccarono i livelli di oggi. È ancora presto per addurre risposte. Certo è che non esiste un unico livello di prezzo che possa modificare i comportamenti dei consumatori e le politiche dei governi. La reazione a un determinato prezzo del greggio dipende da diversi fattori, quali i livelli di reddito delle nazioni, la loro intensità petrolifera, il sistema fiscale, ecc. Rispetto al 1980, quando all’impennata dei prezzi del petrolio conseguirono tre anni di crisi economica, l’economia mondiale è oggi meno oil intensive e vanta un maggior reddito pro-capite in rapporto al PIL reale. Una potenziale crisi economica globale dipenderà dalla durata di quotazioni a tre cifre e dal grado di indipendenza delle economie europee e asiatiche da un eventuale peggioramento del quadro economico americano."
Forse un po' cervellotico come articolo e non adatto a tutti, però non v'è nulla di semplicistico in queste dinamiche...
Forse è lecito volerci capir qualcosa, anche spremendo un po' le meningi e documentandosi in giro mentre si legge (all'interno del post ci sono ottimi link).
D.
Fonte: AGI energia - L. Orlandi:
"Ogni volta che il prezzo del petrolio supera una determinata soglia psicologica, si cerca di discutere i motivi che ne sono alla base. Nell’analizzare le cause di quotazioni del barile a tre cifre ci si accorge tuttavia che non vi sono significativi elementi di novità rispetto a quando si tentava di spiegare il perché si era arrivati a 30, 50, 70… doll./bbl, dopo un triennio (2000-2003) di prezzi oscillanti all’interno del range 22-28 doll./bbl, ritenuto ottimale dall’OPEC. Come allora, la spiegazione più ragionevole è il combinato disposto di elementi strutturali, geopolitici e finanziari: quel che cambia è il peso delle singole componenti.
Nel 2004, quando i prezzi passarono dai 30 doll./bbl di gennaio ai 50 di ottobre, sul banco degli imputati trovavamo in prima fila i fondamentali reali del mercato: la domanda segnò l’eccezionale aumento di 3,2 mil. bbl/g., la spare capacity mondiale era di appena 300.000 bbl./g, quella dell’Arabia Saudita era pressoché azzerata e l’offerta faticava a crescere. Su un contesto strutturalmente debole come quello delineato, si innestavano tensioni in importanti paesi produttori quali Iraq e Nigeria, gli uragani del Golfo del Messico e la crescente dinamicità dei mercati dei futures petroliferi, su cui si rilevava un volume medio giornaliero delle transazioni del contratto WTI sul Nymex pari a 212 mil. bbl./g., 250 volte la produzione fisica del greggio sottostante.
Proprio da quest’ultimo elemento partiamo per evidenziare il diverso peso delle componenti alla base degli attuali 100 doll./bbl. È la speculazione il vero driver degli alti prezzi di oggi: nel 2007, il volume giornaliero di transazioni sul Nymex è stato di 754 mil. bbl./g relativamente al WTI, 3,5 volte superiore a quello del 2004. Riteniamo quindi che l’attuale prezzo del barile venga in gran parte determinato dagli operatori finanziari cosiddetti non-commercials.
In questo preciso momento storico, in cui l’economia statunitense mostra evidenti segni di rallentamento e il dollaro è ai minimi storici nei confronti dell’euro, gli investitori si allontanano dai mercati azionari caratterizzati da performance per niente allettanti e si rifugiano nell’acquisto di barili di carta. Il petrolio e le altre materie prime vengono visti come un investimento profittevole e uno strumento per proteggersi dall’inflazione.
Finanza a parte, come nel 2004 tensioni geopolitiche in importanti paesi produttori-esportatori (Iran, Nigeria, Venezuela ecc…) e un quadro dei fondamentali reali fragile e poco flessibile rappresentano ancora significativi fattori bullish. Su quest’ultimo punto, tuttavia, rileva sottolineare come la situazione sia per certi aspetti meno grave di allora: la domanda cresce a un ritmo molto meno sostenuto (+1,2 mil. bbl./g nel 2007), la spare capacity si aggira sui 3 mil. bbl./g, livello sì basso ma ben più elevato dei 300.000 bbl. /g di 4 anni fa.
Sono poi evidenti i colli di bottiglia sia a monte che a valle della filiera petrolifera: l’Upstream Capital Costs Index, elaborato da IHS e CERA e comprendente nove voci di costo relative a progetti su terra e in mare aperto, è in continua crescita dal 2000 ma ha segnato un forte balzo a partire dal 2005. Con un livello base pari a 100 nel 2000, l’indice è gradualmente aumentato arrivando a 198 nel III trimestre 2007. Significa che in 7 anni i costi sono aumentati quasi del 100% ma quel che più colpisce è il fatto che nell’arco di tre anni (dal 2005) sono cresciuti dell’80%.
Manca inoltre personale qualificato e si rileva una saturazione dell’offerta di servizi parapetroliferi (svolti da società dedite alle fasi di ricerca ed esplorazione) per via della domanda elevata e delle poche strutture a disposizione. Sul versante raffinazione, la situazione non è migliore: i costi per nuovi progetti sono aumentati in 3 anni del 50%.
Tutto questo limita l’espansione sia di capacità produttiva che di raffinazione ed è causa di frequenti ritardi nell’implementazione dei progetti in corso. Nonostante l’OPEC lanci segnali rassicuranti, il timore che ammanchi anche temporanei di produzione impattino significativamente su un mercato in equilibrio precario restano.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha recentemente pubblicato un elenco dei principali progetti in ambito OPEC volti a espandere la capacità produttiva lorda di greggio, frazioni liquide del gas naturale e condensati rispettivamente di 1,8 mil.bbl./g, 0,6 mil. bbl./g e 0,74 mil. bbl./g., per un totale di 3,1 mil. Tuttavia, nel 2008 la variazione netta di capacità produttiva di greggio dell’OPEC sarà molto inferiore all’attesa crescita lorda e si aggirerà nell’intorno dei 0,8-0,9 mil. bbl./g. Questo per diversi ordini di ragioni: alcuni progetti richiedono molto tempo prima di concretizzarsi; occorre tener conto del declino produttivo di alcuni giacimenti maturi che in parte compenserà detti aumenti; sono probabili ritardi nell’implementazione degli stessi progetti per via della scarsità dei mezzi di perforazione e di personale qualificato o perché gli stessi membri OPEC, se percepiscono come probabile un rallentamento della domanda, potrebbero differire nel tempo il loro completamento. È evidente il ruolo dominante dell’Arabia Saudita, specie in relazione ai progetti sul greggio (39% del totale) e sulle frazioni liquide del gas naturale (93%). Relativamente ai condensati, rileva la quota di Qatar (28%), Iran (27%) e Nigeria (24%).
Nel breve termine, prevediamo che le quotazioni si mantengano su livelli elevati anche se è plausibile attendersi un ritorno al di sotto dei 100 doll./bbl almeno per il greggio europeo Brent Dated. Nel meeting OPEC del prossimo 5 marzo, il tetto del cartello verrà molto probabilmente lasciato invariato, nonostante alcune dichiarazioni abbiano paventato la possibilità di un taglio per via dei timori connessi al rallentamento della domanda americana. Per quanto con il petrolio oltre i 100 doll./bbl. riteniamo improbabile quest’ultima opzione, è evidente come la politica OPEC sia improntata al mantenimento di prezzi elevati, nella fascia dei 95-100 doll./bbl. Non si dimentichino infatti le maggiori entrate petrolifere incassate dal cartello in questi anni: si è passati dai 199 mld. del 2002 ai 700 del 2006, una crescita quindi del 350% in 4 anni. I dati 2007 testimonieranno un ulteriore aumento.
Viene logico chiedersi se l’economia mondiale sarà in grado di sostenere un simile livello di prezzo senza incappare in una pesante fase di crisi come successe nel 1980, quando le quotazioni toccarono i livelli di oggi. È ancora presto per addurre risposte. Certo è che non esiste un unico livello di prezzo che possa modificare i comportamenti dei consumatori e le politiche dei governi. La reazione a un determinato prezzo del greggio dipende da diversi fattori, quali i livelli di reddito delle nazioni, la loro intensità petrolifera, il sistema fiscale, ecc. Rispetto al 1980, quando all’impennata dei prezzi del petrolio conseguirono tre anni di crisi economica, l’economia mondiale è oggi meno oil intensive e vanta un maggior reddito pro-capite in rapporto al PIL reale. Una potenziale crisi economica globale dipenderà dalla durata di quotazioni a tre cifre e dal grado di indipendenza delle economie europee e asiatiche da un eventuale peggioramento del quadro economico americano."
Forse un po' cervellotico come articolo e non adatto a tutti, però non v'è nulla di semplicistico in queste dinamiche...
Forse è lecito volerci capir qualcosa, anche spremendo un po' le meningi e documentandosi in giro mentre si legge (all'interno del post ci sono ottimi link).
D.
lunedì 17 marzo 2008
LA STRAGE IN TIBET E L'OLIMPIADE
La vittoria dell’ipocrisia
Sette anni fa, quando il Comitato olimpico assegnò a Pechino i Giochi 2008 senza incontrare l’opposizione dei governi occidentali, il Tibet era già prigioniero del pugno di ferro cinese. Era già in atto la repressione dei costumi, della cultura e della religione dei tibetani. Il Dalai Lama batteva già le strade del mondo chiedendo solidarietà. E la Cina, anche fuori dal Tibet, era già sul banco degli imputati per le sue reiterate violazioni dei diritti umani. Fu, quella del 2001, una scommessa audace. Se tutto fosse andato secondo le intenzioni (e secondo le promesse di Pechino) le Olimpiadi avrebbero aperto ampi varchi nella Grande Muraglia del regime comunista, milioni di stranieri sarebbero giunti a scuotere l’ordine costituito e il suo isolamento informativo, si sarebbe prodotta, insomma, una poderosa spinta verso quella democratizzazione interna che l’economia semicapitalista non era riuscita a innescare. Gli avvenimenti in Tibet, e non soltanto in Tibet, dimostrano oggi quanto temerario sia stato per l’Occidente concedere alla Cina una cambiale in bianco.
Segue all'interno del post.
Franco Venturini, Corriere della sera 16/03/08
Sette anni fa, quando il Comitato olimpico assegnò a Pechino i Giochi 2008 senza incontrare l’opposizione dei governi occidentali, il Tibet era già prigioniero del pugno di ferro cinese. Era già in atto la repressione dei costumi, della cultura e della religione dei tibetani. Il Dalai Lama batteva già le strade del mondo chiedendo solidarietà. E la Cina, anche fuori dal Tibet, era già sul banco degli imputati per le sue reiterate violazioni dei diritti umani. Fu, quella del 2001, una scommessa audace. Se tutto fosse andato secondo le intenzioni (e secondo le promesse di Pechino) le Olimpiadi avrebbero aperto ampi varchi nella Grande Muraglia del regime comunista, milioni di stranieri sarebbero giunti a scuotere l’ordine costituito e il suo isolamento informativo, si sarebbe prodotta, insomma, una poderosa spinta verso quella democratizzazione interna che l’economia semicapitalista non era riuscita a innescare. Gli avvenimenti in Tibet, e non soltanto in Tibet, dimostrano oggi quanto temerario sia stato per l’Occidente concedere alla Cina una cambiale in bianco.
Segue all'interno del post.
Franco Venturini, Corriere della sera 16/03/08
martedì 4 marzo 2008
Signoraggio Creditizio
Vale la pena farsi un'idea del fatto... Chissà come mai certi temi non vengono mai toccati dagli schiavi Riot/Ves/Ment ecc...
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