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mercoledì 19 marzo 2008

Nuovi prezzi, vecchie ragioni

Teorie petroldolleurifere....
Fonte: AGI energia - L. Orlandi:
"Ogni volta che il prezzo del petrolio supera una determinata soglia psicologica, si cerca di discutere i motivi che ne sono alla base. Nell’analizzare le cause di quotazioni del barile a tre cifre ci si accorge tuttavia che non vi sono significativi elementi di novità rispetto a quando si tentava di spiegare il perché si era arrivati a 30, 50, 70… doll./bbl, dopo un triennio (2000-2003) di prezzi oscillanti all’interno del range 22-28 doll./bbl, ritenuto ottimale dall’OPEC. Come allora, la spiegazione più ragionevole è il combinato disposto di elementi strutturali, geopolitici e finanziari: quel che cambia è il peso delle singole componenti.
Nel 2004, quando i prezzi passarono dai 30 doll./bbl di gennaio ai 50 di ottobre, sul banco degli imputati trovavamo in prima fila i fondamentali reali del mercato: la domanda segnò l’eccezionale aumento di 3,2 mil. bbl/g., la spare capacity mondiale era di appena 300.000 bbl./g, quella dell’Arabia Saudita era pressoché azzerata e l’offerta faticava a crescere. Su un contesto strutturalmente debole come quello delineato, si innestavano tensioni in importanti paesi produttori quali Iraq e Nigeria, gli uragani del Golfo del Messico e la crescente dinamicità dei mercati dei futures petroliferi, su cui si rilevava un volume medio giornaliero delle transazioni del contratto WTI sul Nymex pari a 212 mil. bbl./g., 250 volte la produzione fisica del greggio sottostante.
Proprio da quest’ultimo elemento partiamo per evidenziare il diverso peso delle componenti alla base degli attuali 100 doll./bbl. È la speculazione il vero driver degli alti prezzi di oggi: nel 2007, il volume giornaliero di transazioni sul Nymex è stato di 754 mil. bbl./g relativamente al WTI, 3,5 volte superiore a quello del 2004. Riteniamo quindi che l’attuale prezzo del barile venga in gran parte determinato dagli operatori finanziari cosiddetti non-commercials.
In questo preciso momento storico, in cui l’economia statunitense mostra evidenti
segni di rallentamento e il dollaro è ai minimi storici nei confronti dell’euro, gli investitori si allontanano dai mercati azionari caratterizzati da performance per niente allettanti e si rifugiano nell’acquisto di barili di carta. Il petrolio e le altre materie prime vengono visti come un investimento profittevole e uno strumento per proteggersi dall’inflazione.
Finanza a parte, come nel 2004 tensioni geopolitiche in importanti paesi produttori-esportatori (Iran, Nigeria, Venezuela ecc…) e un quadro dei fondamentali reali fragile e poco flessibile rappresentano ancora significativi fattori bullish. Su quest’ultimo punto, tuttavia, rileva sottolineare come la situazione sia per certi aspetti meno grave di allora: la domanda cresce a un ritmo molto meno sostenuto (+1,2 mil. bbl./g nel 2007), la spare capacity si aggira sui 3 mil. bbl./g, livello sì basso ma ben più elevato dei 300.000 bbl. /g di 4 anni fa.
Sono poi evidenti i colli di bottiglia sia a monte che a valle della filiera petrolifera: l’Upstream Capital Costs Index, elaborato da IHS e CERA e comprendente nove voci di costo relative a progetti su terra e in mare aperto, è in continua crescita dal 2000 ma ha segnato un forte balzo a partire dal 2005. Con un livello base pari a 100 nel 2000, l’indice è gradualmente aumentato arrivando a 198 nel III trimestre 2007. Significa che in 7 anni i costi sono aumentati quasi del 100% ma quel che più colpisce è il fatto che nell’arco di tre anni (dal 2005) sono cresciuti dell’80%.
Manca inoltre personale qualificato e si rileva una saturazione dell’offerta di servizi parapetroliferi (svolti da società dedite alle fasi di ricerca ed esplorazione) per via della domanda elevata e delle poche strutture a disposizione. Sul versante raffinazione, la situazione non è migliore: i costi per nuovi progetti sono aumentati in 3 anni del 50%.
Tutto questo limita l’espansione sia di capacità produttiva che di raffinazione ed è causa di frequenti ritardi nell’implementazione dei progetti in corso. Nonostante l’OPEC lanci segnali rassicuranti, il timore che ammanchi anche temporanei di produzione impattino significativamente su un mercato in equilibrio precario restano.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha recentemente pubblicato un elenco dei principali progetti in ambito OPEC volti a espandere la capacità produttiva lorda di greggio, frazioni liquide del gas naturale e condensati rispettivamente di 1,8 mil.bbl./g, 0,6 mil. bbl./g e 0,74 mil. bbl./g., per un totale di 3,1 mil. Tuttavia, nel 2008 la variazione netta di capacità produttiva di greggio dell’OPEC sarà molto inferiore all’attesa crescita lorda e si aggirerà nell’intorno dei 0,8-0,9 mil. bbl./g. Questo per diversi ordini di ragioni: alcuni progetti richiedono molto tempo prima di concretizzarsi; occorre tener conto del declino produttivo di alcuni giacimenti maturi che in parte compenserà detti aumenti; sono probabili ritardi nell’implementazione degli stessi progetti per via della scarsità dei mezzi di perforazione e di personale qualificato o perché gli stessi membri OPEC, se percepiscono come probabile un rallentamento della domanda, potrebbero differire nel tempo il loro completamento. È evidente il ruolo dominante dell’Arabia Saudita, specie in relazione ai progetti sul greggio (39% del totale) e sulle frazioni liquide del gas naturale (93%). Relativamente ai condensati, rileva la quota di Qatar (28%), Iran (27%) e Nigeria (24%).
Nel breve termine, prevediamo che le quotazioni si mantengano su livelli elevati anche se è plausibile attendersi un ritorno al di sotto dei 100 doll./bbl almeno per il greggio europeo Brent Dated. Nel meeting OPEC del prossimo 5 marzo, il tetto del cartello verrà molto probabilmente lasciato invariato, nonostante alcune dichiarazioni abbiano paventato la possibilità di un taglio per via dei timori connessi al rallentamento della domanda americana. Per quanto con il petrolio oltre i 100 doll./bbl. riteniamo improbabile quest’ultima opzione, è evidente come la politica OPEC sia improntata al mantenimento di prezzi elevati, nella fascia dei 95-100 doll./bbl. Non si dimentichino infatti le maggiori entrate petrolifere incassate dal cartello in questi anni: si è passati dai 199 mld. del 2002 ai 700 del 2006, una crescita quindi del 350% in 4 anni. I dati 2007 testimonieranno un ulteriore aumento.
Viene logico chiedersi se l’economia mondiale sarà in grado di sostenere un simile livello di prezzo senza incappare in una pesante fase di crisi come successe nel 1980, quando le quotazioni toccarono i livelli di oggi. È ancora presto per addurre risposte. Certo è che non esiste un unico livello di prezzo che possa modificare i comportamenti dei consumatori e le politiche dei governi. La reazione a un determinato prezzo del greggio dipende da diversi fattori, quali i livelli di reddito delle nazioni, la loro intensità petrolifera, il sistema fiscale, ecc. Rispetto al 1980, quando all’impennata dei prezzi del petrolio conseguirono tre anni di crisi economica, l’economia mondiale è oggi meno oil intensive e vanta un maggior reddito pro-capite in rapporto al PIL reale. Una potenziale crisi economica globale dipenderà dalla durata di quotazioni a tre cifre e dal grado di indipendenza delle economie europee e asiatiche da un eventuale peggioramento del quadro economico americano."

Forse un po' cervellotico come articolo e non adatto a tutti, però non v'è nulla di semplicistico in queste dinamiche...
Forse è lecito volerci capir qualcosa, anche spremendo un po' le meningi e documentandosi in giro mentre si legge (all'interno del post ci sono ottimi link).
D.

1 commento:

Anonimo ha detto...

La situazione mi pare già grave e la crisi per la gente comune non è alle porte, ma in fase di evoluzione.
Non solo il petrolio ma anche i generi alimentari e di prima necessità.
La domanda é: crescerà ancora il prezzo del petrolio?
E se si, fino a che livello?
Crisi petrolifere e di mercato si sono susseguite in periodi passati con cadenza differente portando disagi ad ogni livello.
Dopo ogni crisi però, il prezzo del greggio ha visto un ritorno a parametri definiti accettabili dal mercato. (pensiamo i 40-50 dollari al barile di pochi anni fa)
Aggiungo, che se non avessimo l'euro forte saremmo davvero in fase di colossale collasso economico.
Gli analisti, per questa situazione, credo non vedano uscita o via di fuga.
O si investe in energie alternative o si va a bagno, anche questa volta Grillo è stato profeta...
La globalizzazione ed il mercato globale sono ora mai in mano a pochi macro speculatori e macro potenze economiche. Le conseguenze negative in pochi anni sono giunte al singolo cittadino che si trova e si troverà sempre più in difficoltà per un fisiologico effetto domino.
Dalla speculazione nel mercato petrolio all'aumento dei generi di prima necessità (pane,latte ecc) con la povertà come fine ultimo.
Dobbiamo realizzare quanto la velocità del meccanismo in atto sia pericolosa e potenzialmente distruttiva a livello socio-economico.
L’Italia, per la strutturale debolezza energetica si voca quale prima cartina tornasole del possibile scenario.
In Italia, tanto per non smentirsi, i politici a tutto pensano tranne che a questa situazione di disagio e difficoltà; anzi, è utilizzata solamente come argomento per accaparrare preferenze.